Imprese, il boom dell’e-commerce

«Ogni mezz’ora parlavo con un imprenditore, un amministratore delegato, un direttore vendite. Facevo un po’ da consulente, un po’ da psicologo». Christian Nucibella, amministratore delegato (e fondatore) di Filoblu, società pioniera nell’ecommerce, nata a Santa Maria di Sala (Venezia) e oggi presente in mezza Europa, a New York, Hong Kong e Shanghai, racconta così il suo lockdown. Due mesi passati al telefono. E tutti, di fronte allo stop delle attività e alle saracinesche forzatamente abbassate, a domandargli la stessa cosa: come salvare il salvabile. «Chi aveva già una vetrina online cercava il modo di aumentare il traffico digitale. Quelli che invece avevano sempre snobbato il commercio elettronico volevano sbarcare sul web più in fretta possibile». E-commerce nuovo amore di grandi e piccole imprese, artigiani, negozianti. Magari non proprio una folgorazione, di sicuro una necessità. Anche i più scettici hanno capito che internet, smartphone, app e social media potevano essere i migliori alleati in epoca di Coronavirus. Le vendite in Rete (o grazie alla Rete) come unico strumento per tenere su i fatturati davanti a un’emergenza dalle ripercussioni economiche senza precedenti. «La prima richiesta» sorride Nucibella «era quella di tenere aperti i negozi anche se i negozi erano chiusi». Nessuna contraddizione: «Per molti l’obiettivo è stato garantire dialogo e continuità con la clientela, specie la più affezionata. Presentazioni live, newsletter, post e via di questo passo, con strategie di marketing digitale studiate su misura. Fino alle videoconversazioni one to one: da una parte il personal shopper, dall’altra il cliente. Si è scoperto che 8 volte su 10 appuntamenti del genere sfociano in un ordine ». Come dire che dopo l’ascolto, e perché no le coccole, vengono anche le vendite. Maliparmi, per esempio, azienda di Albignasego (Padova) nata con le borse, cresciuta con le calzature e affermatasi con l’abbigliamento, che già negli anni scorsi aveva puntato sull’e-commerce per crescere a livello internazionale, durante il periodo di vetrine spente ha aumentato del 60% le operazioni online. Diverso il discorso per chi partiva da zero. «Ma anche qui, nessuna paura» continua Nucibella. «Noi abbiamo messo a punto una piattaforma che consente di avviare il commercio elettronico in quattro settimane ».

Non ci sono più scuse, dunque: né di costi, né di complicazioni logistiche, né di gestione dei pagamenti. Sul mercato è un proliferare di società specializzate che offrono servizi di assistenza, formazione e accompagnamento a imprese di ogni grandezza e di ogni settore. Mai come oggi l’e-commerce chiavi in mano è una realtà. E chi, persino di fronte agli effetti della pandemia, continua a pensare che il digitale sia una moda, o peggio un costo anziché un investimento per restare competitivi, sbaglia della grossa. I dati parlano chiaro. L’Istat ha calcolato che ad aprile le vendite al dettaglio sono diminuite, rispetto allo stesso mese del 2019, del 16,4% nella grande distribuzione e del 37,1% nei piccoli esercizi. A fronte di questo crollo, l’ecommerce è cresciuto del 27,1%. Secondo le rilevazioni condotte da Netcomm, il consorzio del commercio digitale italiano, sono due milioni i nuovi consumatori online, quelli cioè che hanno fatto acquisti in Rete durante l’emergenza Covid-19. In totale, oggi, 29 milioni di cittadini, la metà della popolazione da Bolzano a Palermo, ha dimestichezza con questi canali di distribuzione. In particolare, sul web sono esplose le vendite di vino e birra (più 245%), seguite dai prodotti per animali (più 154%), dai cibi freschi o confezionati (più 130%), dai prodotti per la casa (più 123%) e per la cura della persona (più 93%). Non basta. Vuoi per sicurezza, vuoi per comodità, il lockdown ha fatto scoprire agli italiani il metodo click&collect, ovvero la possibilità di ordinare online e di ritirare in negozio: un sistema cresciuto addirittura del 349%. In parallelo, i pagamenti elettronici, bancomat e carte di credito in testa, hanno registrato un boom che, alla riapertura, ha toccato punte dell’800% tra i parrucchieri e i centri estetici e del 350% nei bar e nelle botteghe alimentari. È vero che, prima dell’arrivo del virus, nel nostro Paese solo il 7% delle compravendite veniva eseguito online, contro, giusto per fare un confronto, il 30% della Gran Bretagna. In altri termini, c’è ancora molto terreno da recuperare. «Ma volenti o nolenti il coronavirus ha segnato una rivoluzione nelle abitudini di acquisto degli italiani» assicura Roberto Liscia, presidente di Netcomm. «E i cambiamenti diventeranno strutturali. Non si tornerà certo indietro. Anzi, il commercio digitale assumerà sempre più importanza: molti preferiranno continuare ad acquistare online piuttosto che impiegare lungo tempo in fila o rimanere in luoghi chiusi in presenza di numerose persone».Agli italiani piace online

Vasi comunicanti Domanda e offerta

In poche settimane il consumatore nostrano è stato al centro di un’evoluzione darwiniana di almeno cinque anni. E quando la domanda chiama, l’offerta risponde. Di più: il Nordest rappresenta uno snodo cruciale per i traffici che nascono in Rete. Non a caso Amazon sta per inaugurare un nuovo mega-mazzino di 190 mila metri quadrati su quattro piani a Castelguglielmo, in provincia di Rovigo. E vorrebbe aprire un secondo «polo logistico» a Casale su Sile, nel Trevigiano: è evidente che il colosso guidato da Jeff Bezos considera il Veneto un’area strategica per l’espansione nel nuovo triangolo industriale. Ma al di là dei marketplace come Amazon, Alibaba o eBay, è tutto un fiorire di piattaforme specializzate, tipo Tannico (vini), Foodscovery (prodotti alimentari, scelta da Slow Food), Shopify (fashion). Un elenco che potrebbe continuare a lungo. Fatto sta che il virus ha spinto migliaia di piccole e piccolissime imprese a rompere gli indugi. Spesso e volentieri si è partiti senza troppe ambizioni. I riscontri, però, sono sorprendenti. «Da tempo avevamo un progetto chiuso nel cassetto» spiega Paolo Piubelli, amministratore delegato della Comferut di Cerea (Verona), specializzata nella vendita di ferramenta per il settore del mobile-arredo (12 milioni di fatturato, il 20% dei quali all’estero, 45 dipendenti). «Siamo partiti a marzo, in piena emergenza, realizzando un catalogo digitale con la bellezza di 15 mila codici prodotto. I nostri clienti, che sono le grandi catene di bricolage e i maggiori negozi di utensileria, sembrava non aspettassero altro. Non solo: abbiamo notato che nove volte su dieci ordinano di più o aggiungono nuove referenze rispetto al solito. Per il futuro i nostri agenti diventeranno promoter, presenteranno gli aspetti tecnici dei prodotti. Per le vendite, invece, il canale digitale crescerà in modo esponenziale. Ho qui il catalogo cartaceo: 950 pagine. Sarà l’ultimo». Se funziona con il Btb, figurarsi con il Btc, quando cioè ci si rivolge direttamente ai consumatori. «Già tre anni fa avevamo creato una piattaforma per il commercio elettronico» sottolinea Alberto Cappelletto, titolare di due storiche vetrine di calzature a Treviso e Mogliano. «L’abbiamo sempre curata direttamente, con un’intenzione chiara: fare in modo che il cliente, pur essendo davanti al computer o al tablet, avesse la sensazione di girare tra gli scaffali. Ormai ci giungono ordini da tutta Italia. Dal 15 aprile ci siamo aperti ai mercati internazionali. Il risultato? I ragazzi di New York ci chiedono limited edition di New Balance, scarpe made in Usa ma introvabili da quelle parti in quanto realizzate esclusivamente per noi. E una signora della Nuova Zelanda ha voluto che le spedissimo un décolleté nero prodotto sulla Riviera del Brenta».

Eccola la svolta clamorosa. Dopo anni in cui si sono guardati come concorrenti, se non come nemici, si è (finalmente) giunti alla conclusione che online e offline sono mondi compatibili. Meglio, alleati. Le vendite in Rete stimolano quelle negli esercizi fisici e viceversa. Molti (praticamente tutti) si informano su internet e poi acquistano in negozio, qualcun altro (specie i giovani) sceglie in negozio e acquista su internet. «È il trionfo del cosiddetto commercio ibrido » riassume Roberto Santolamazza, direttore di t2i, la società per l’innovazione delle Camere di commercio di Treviso-Belluno, Venezia-Rovigo e Verona, impegnatissima a diffondere il verbo digitale nella piccola impresa nordestina. «I canali di vendita vanno sfruttati come un sistema di vasi comunicanti. Quello che conta è dare valore all’azienda e attirare nuovi clienti, far vivere loro un’esperienza che da virtuale deve diventare concreta». Insomma, per quanto possa apparire paradossale, l’e-commerce è diventato il migliore amico del commerciante. Un’autentica inversione di orizzonti. Ma che il vento sia cambiato l’hanno capito pure i tradizionali negozi di vicinato. La vera, grande novità è infatti la nascita di piattaforme locali, che riuniscono gli esercizi commerciali delle città. È il caso di Vetrineonline in provincia di Venezia, o di TrevisoNow, nella Marca trevigiana. Persino i piccoli centri si stanno organizzando, come dimostra il prossimo lancio di Vadobbiadene-e, rivolto a esaltare il buon vivere delle colline del Prosecco. Il tutto funziona in modo semplicissimo. Basta un clic sulla lista della spesa. O, se si preferisce, una chiamata in videochat: il negoziante di fiducia risponde, appare sullo schermo, mostra i prodotti con la telecamera. Poi la merce arriva a casa. Un servizio rapido, comodo (e sicuro). Quando si dice che gli choc fanno crescere